mercoledì 29 marzo 2017

GOODBYE BIGNESS

Foster and Partners, Apple Park, Cupertino
 
La dimensione delle cose è da sempre fonte sia di illusione che di delusione: sebbene davanti le Piramidi e la Muraglia cinese l’uomo si esalti per la propria capacità di realizzare opere colossali, John Cheever nel romanzo “Cronache della famiglia Wapshot” sottolinea come gli sconfinati e labirintici percorsi della mente tendano a farci immaginare edifici quali il Pantheon o l’Acropoli più grandi di quanto siano in realtà.
A metà degli anni Novanta Rem Koolhaas descrive la “bigness” (grande dimensione) come una nuova specie architettonica che, grazie al supporto tecnologico, si dilata fino a entrare in una sfera amorale oltre il bene e il male. La grande dimensione produce una serie di rotture con scale metriche, strategie compositive, tradizioni locali, a causa delle quali l’impatto di un edificio sul sito non dipende più dalla sua qualità; la dismisura esiste, o al massimo coesiste, con il contesto senza instaurare alcun rapporto, poiché «non ha più bisogno della città: è in competizione con la città; rappresenta la città, svuota di significato la città; o, ancora meglio, è la città» [Bigness, 1994].
L’esempio più recente che incarna perfettamente la teoria della bigness è l’Apple Park, il “centro per la creatività e la collaborazione” voluto da Steve Jobs e progettato da Norman Foster in un’area di settanta ettari a Cupertino in California. Il campus, costituito da un edificio ad anello che contiene duecentosessantamila metri quadri interamente rivestito da enormi pannelli di vetro curvo, si configura come un vero e proprio sistema urbano per dodicimila impiegati: al suo interno ospita uffici, laboratori di ricerca, un auditorium, un centro visitatori con spazi commerciali e caffetteria, un centro benessere e attrezzature varie. L’Apple Park vanta il primato di possedere il più grande impianto solare sul tetto e di essere l’edificio più grande del mondo a ventilazione naturale.
Se le principali aziende celebrano la propria presenza nel mercato globalizzato attraverso imponenti strutture, Aaron Betsky, in un articolo apparso sul Metropolis Magazine, descrive la piccola scala come scelta strategica per il futuro dell’architettura civica. Numerosi edifici di interesse pubblico risultano onerosi nelle spese di costruzione e manutenzione, e i loro spazi rimangono spesso inutilizzati in buona parte della giornata; le grandi infrastrutture quali ponti, dighe e strade sono – o dovrebbero essere urgentemente – oggetto di ricostruzione e riparazione, piuttosto che di nuova edificazione. La ormai cronica mancanza di fondi induce a focalizzare l’attenzione su interventi specifici che richiedono finanziamenti maggiormente ponderati, senza tuttavia farne derivare un’architettura banale e a buon mercato.
International Architecture JSC, Vegetable Nursery House, Hanoi 

Temendo che le istituzioni civiche non abbiano alcuna ragione di investire nella qualità architettonica poiché questa non garantisce la rielezione ai politici né la promozione ai burocrati, Betsky suggerisce di ricorrere a infrastrutture collettive di piccola scala, anche temporanee, per svolgere nelle aree periferiche quel ruolo sociale e culturale che stadi e musei assumono a scala territoriale. Pertanto, agli architetti spetta il compito di attivare questi piccoli “momenti di speranza” capaci di ricostituire il senso dei luoghi e della comunità.
È il caso della Vegetable Nursery House di 1+1>2 International Architecture JSC, risultato della cooperazione tra i governi di Vietnam e Irlanda per sostenere i cittadini di Hanoi e incoraggiare abitudini più responsabili dell’ambiente. La costruzione, pur disponendo solo di sei metri quadri, è una serra per la coltivazione di verdure ma anche un luogo di riposo per gli agricoltori e di apprendimento per i bambini; composta da canne di bambù e duemila bottiglie di plastica riciclate, risulta inoltre facilmente spostabile per assecondare le esigenze della comunità locale.
È giunto il tempo di congedarci, almeno per il momento, dalla grande dimensione? Certamente si tratta di un arrivederci e non di un addio, in attesa di tempi migliori in cui potremo aspirare nuovamente a costruire gigantesche strutture a servizio della società. Goodbye, Bigness.
 Emanuele Forzese

lunedì 27 marzo 2017

L'empatia nello spazio costruito

Ai giorni d'oggi è abbastanza diffusa la teoria di come gli edifici e l'ambiente circostante possa avere un effetto emozionale sugli individui, attraverso l'uso di luci e colori si possono trasmettere un senso di pace o viceversa di ansia, eppure sembra che abbiamo dimenticato come l'architettura possa avere un effetto positivo su di noi e per questo possiamo dare la colpa ad alcune delle eccessive dichiarazioni fatte su di essa. Pensiamo a Leon Battista Alberti, che nel 1400 dichiarò che l'equilibrio delle forme classiche avrebbero potuto cambiare gli invasori barbari in cittadini civilizzati. Ovviamente si pensa che Leon Battista possa essere perdonato perché egli viveva in un passato molto lontano e diverso dalla nostra realtà, ma cosa dovremmo pensare riguardo le dichiarazioni di Frank Lloyd Wright che disse che la buona architettura potrebbe salvare gli USA dalla corruzione? Queste e altre affermazioni apparentemente senza senso ci hanno fatto dimenticare una cosa molto importante: l'architettura può dare effetti positivi a livello psicologico. Il tema diventa rilevante quando, circa otto anni fa, un gruppo di ricercatori Britannici trovò uno dei collegamenti essenziali tra architettura, urbanistica e cittadini. Apparentemente una passeggiata di 10 minuti lungo una delle più importanti e trafficate strade di Londra, portano pazienti psicotici in uno stato mentale peggiore, certo non dovrebbe farci meraviglia. L'architetto australiano Jan Golembiweski, ricercatore presso l'Università di Sidney ha condotto studi su come l'ambiente circostante influenzi la salute mentale, ha verificato come un ambiente positivo possa influire positivamente sulla salute mentale. In uno dei suoi studi afferma che le persone con problemi psicologici reagiscono in maniera peggiore in ambienti brutti. L'impatto dell'architettura è maggiore quanto è maggiore la scala di riferimento, afferma Robert Moses, urbanista e architetto che opera a New York dal 1930, il quale ha progettato edifici, strade, ponti e parchi, oltre alle qualità estetiche ritiene importante anche l'esclusione di mezzi di trasporto quali automobili. Inoltre l'architettura può influenzare l'umore delle persone così come anche i colori, per cui colori chiari influiscono sulla positività e sulla felicità, il giallo e il verde sono rassicuranti, il rosso è stimolante. Come vediamo la progettazione di una città può essere un potente strumento di controllo e discriminazione. La psicologia dell'architettura viene usata ogni giorno nella progettazione di negozi, hotel, casinò e giardini. Il design viene oggi utilizzato per influenzare l'individuo dopo avere osservato il suo comportamento nei luoghi pubblici. Viene infatti usato nei negozi, centri commerciali ecc...per sistemare specchi, prodotti, immagini e quant’altro.
L'ambiente e l'architettura hanno influenze fondamentali nel formare la nostra identità, i nostri pensieri e le nostre emozioni. Ugualmente, l'uomo è l'essere umano che più di ogni altro può modificare l'ambiente per adattarlo ai propri scopi attraverso cambiamenti del territorio e scelte architettoniche. Del resto lo stesso Jung sosteneva che la casa, per come ce la immaginiamo, possiede una valenza intrapsichica e rappresenta un delicato simbolo attraverso il quale l'inconscio tesse la propria sintassi nei sogni. E in quanto luogo in cui l'uomo si rapporta e vive con le superfici e con gli oggetti di cui si è circondato per rappresentare il proprio mondo d'espressione non verbale, la casa costituisce un esempio privilegiato di «chiave di volta» del mondo emozionale di chi la abita, nonché un anello di congiunzione tra gli assunti teorici dell'architettura e quelli della psicoanalisi.
Negli ultimi decenni sono scaturiti specifici gruppi di ricerca e scuole come quella di Chicago che, a partire dagli anni Cinquanta, ha intrapreso studi sistematici sulla città e sui cambiamenti indotti sull’atteggiamento dei propri cittadini, gli studi di Newman su come, determinati spazi urbani, favoriscano devianze quali la criminalità per cui, un’attenta progettazione, può incidere positivamente sulla riduzione del senso di insicurezza e vulnerabilità.

Carlo Gibiino

martedì 21 marzo 2017

BELLEZZA NEL QUOTIDIANO

André Vicente Goncalves, Windows of the World.
Collage fotografico delle finestre di Burano
 
Definire la bellezza non è questione semplice: se in ambito filosofico il dibattito rimane tuttora aperto, in quello architettonico Renzo Piano coglie e sintetizza efficacemente tale difficoltà attraverso la dichiarazione tautologica “la bellezza è una bellissima idea”. Uno dei temi in discussione riguarda l’attribuzione di valore estetico a oggetti, edifici e spazi di uso quotidiano: la bellezza talvolta viene messa da parte negli aspetti ordinari della vita a causa del pregiudizio che la vede legata principalmente al campo artistico. Nel corso dei secoli, sarti, contadini o muratori hanno realizzato prodotti che a livello personale potevano giudicare belli, eppure la collettività di volta in volta ha scelto di tramandare unicamente le opere di artisti, poeti e romanzieri; siamo riusciti a ipotizzare quale fosse l’ideale di bellezza degli artigiani soltanto quando gli artisti hanno raffigurato abiti, attrezzi o capanne nelle loro opere.
L’interesse dell’architettura verso l’estetica del quotidiano registra due importanti contributi negli ultimi venti anni. Il primo è di Lucien Kroll, che enfatizza la costruzione giornaliera dei luoghi mediante piccoli gesti, inclusi i gerani alla finestra o la gabbietta con il canarino esposta nel balcone: «ogni essere umano ricostruisce, giorno dopo giorno, il mondo: questa è utopia. Ricostruiscono il proprio spazio, fanno ordine in casa: creano un mondo nuovo con quello che hanno, mettono a posto, cambiano qualcosa. È un’utopia domestica, minimalista» [Ecologie Urbane, 1996].
André Vicente Goncalves, Windows of the World.
Collage fotografico delle finestre di Burano
 

Recentemente il discorso è stato ripreso da Raul Pantaleo, che – trovandosi a operare in contesti segnati da guerre, malattie e povertà – invoca un’architettura capace di non piegarsi alla bruttezza della realtà, a cui gli esseri umani sembrano invece rassegnarsi lentamente. A suo avviso, immaginare un mondo “scandalosamente bello” – dove lo scandalo risiede nel ragionare in termini estetici quando si progetta in aree periferiche o marginali – è per un architetto più di un impegno professionale, è una meditata consapevolezza delle responsabilità legate alle proprie azioni progettuali. Il primo atto responsabile consiste nel considerare la bellezza un diritto fondamentale piuttosto che ridurla a merce, dal momento che essa costituisce «il primo gesto di cura e di amore, non un lusso. È una questione di cultura prima di tutto, e solo poi di denaro. Il problema si chiama profitto: la bellezza è un costo che non genera alcun utile e per questo è trascurata» [La sporca bellezza, 2016].
Una interessante prospettiva su come approcciare la questione estetica di elementi e spazi della quotidianità viene offerta dal fotografo André Vicente Gonçalves, che ha documentato centinaia di porte e finestre provenienti da varie zone geografiche nei progetti “Windows of the World” e “Doors of the World”. Entrambe le serie fotografiche esplorano l’evoluzione di due elementi architettonici essenziali secondo direzioni non sempre controllate dagli architetti; infatti, ogni collage richiama l’attenzione su dettagli che considerati singolarmente risultano spesso banali e insignificanti, ma raccolti tutti insieme mostrano il loro importante ruolo nella percezione complessiva di una città.
L’architettura ha il compito inevitabile di immaginare una bellezza che sfugge alle mode effimere per inseguire concretezza e permanenza, che consente di puntare lo sguardo verso il cielo mantenendo i piedi ben saldi a terra, sempre alla ricerca dello spirito del luogo e delle persone pur agendo nella certezza costante del dubbio. E tenendo presente che a fare belli i luoghi contribuisce soprattutto il modo in cui sono abitati, perché, come ci ricorda Erri De Luca nella prefazione al saggio di Pantaleo, «la bellezza è anche un vaso di fiori davanti a una baracca misera ma pulita».
 Emanuele Forzese

lunedì 20 marzo 2017

Dialetti Architettonici (pillole): Gereja Ayam, la Chiesa a forma di colomba

Prendendo spunto dal maestro Bruno Zevi, il quale dedicò uno splendido saggio sull'edilizia anonima, "popolare", estromessa dalla storia dell'arte e dell'architettura, quella delle campagne ma soprattutto delle informi, derelitte periferie urbane; il Rock estremo architettonico, adoro questa locuzione, e il suo rapporto con la cacofonia ambientale, si pongono interrogativi ai quali solo di rado si riesce a rispondere in maniera concreta e definitiva. Argomento pressoché inedito sotto il profilo critico, abbondano libri e saggi dedicati all'architettura "minore" e specialmente alla casa rurale, ma ben pochi affrontano il tema alla scala dei tessuti urbani, dell'immensa produzione edilizia che contorna il nostro territorio: il pianeta terra.
L’anno scorso scrissi due post riguardante l’argomento, che mi incuriosisce non poco, uno sul villaggio rurale di Tiebelè a Sud del Burkina Faso a confine con il Ghana, e un altro su Justo Gallego Martinez e la sua cattedrale edificata usando esclusivamente materiali riciclati.
Così, ispirato dalle pregresse pubblicazioni, ho deciso di iniziare una nuova rubrica in "pillole", ovvero una sezione con cadenza pressoché mensile, nella quale porterò esempi di architetture auto progettate ed auto costruite nel mondo. Esempi di architetture particolari, spesso intrisi di arcaismi linguistici, un linguaggio territoriale e locale che spesso molti banalizzano.

Per questa prima uscita ho voluto portare l’esempio di una massiccia cappella abbandonata nel mezzo della foresta indonesiana a forma di pollo. Mentre i locali la hanno ribattezzata la Chiesa di pollo (ed è facile capire perché), il nome è un po’ un termine improprio in quanto il visionario che ha edificato la fatiscente cappella voleva creare una struttura a forma di colomba. L'uomo dietro la strana struttura si chiama Daniel Alamsjah 67 anni, il quale dice di avere ricevuto l’incarico attraverso una visione sacra che lo ha ispirato nel creare la chiesa colomba, per aiutare i bisognosi, senza limiti di credo o estrazione sociale. Prese una collina boscosa nei pressi di Magelang per costruire il suo pio omaggio, e ha creato forse l'edificio a forma di uccello più grande del mondo, completo di una gigante testa starnazzante e ornato con piume decorative nella coda. Nonostante Daniel Alamsjah fosse cristiano, accolse fedeli di ogni confessione, dimostrando che buddisti, musulmani e cristiani potevano convivere sotto lo stesso tetto, mentre i piani inferiori erano adibiti alla riabilitazione e sensibilizzazione giovanile, e altri servizi caritatevoli. 

Purtroppo il progetto è stato interrotto nel 2000, in quanto i costi di costruzione erano diventati insostenibili e la chiesa-pollo fu lasciata alla foresta. Gereja Ayam ha continuato a marcire nel corso degli anni, diventando un luogo quasi macabro, ad ogni anno.  Gli interni sono ora coperti di graffiti, e si dice che sia una delle mete preferite per i giovani a commettere "atti immorali". Le camere del seminterrato non finiti sono ancora intatti, dando ancora più una sensazione da film horror. Attraverso la magia dei social media, Gereja Ayam è diventato un punto nevralgico per i blogger di viaggio che catturano belle immagini della costruzione di un altro mondo per condividerle online. Si sa molto poco circa la storia dell'edificio, ancora oggi un sacco di turisti vogliono visitare il luogo e alcuni lo usano per i loro matrimoni.  Forse è proprio a causa del mistero che un sacco di gente vuole venire a vedere il sito in prima persona. Un luogo affascinante, surreale ma assolutamente da inserire nella lista dei luoghi da vedere almeno una volta nella vita!
Carlo Gibiino





martedì 14 marzo 2017

LA CULTURA È MOBILE

Productora, A47 Mobile Art Library, Città del Messico
(fonte: archdaily.com)
Stando a quanto riporta la dicitura scolpita sulle facciate in travertino del Palazzo della Civiltà Italiana presso il quartiere EUR di Roma, gli italiani sarebbero “un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”, ma forse non di lettori. A conferma di ciò, i dati Istat segnalano che nel 2015 soltanto il 42% delle persone con più di sei anni ha letto almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali, e che una quota ancora più esigua (circa il 2,5%) ha frequentato una delle seimila biblioteche pubbliche.

Eppure, in una società interessata da fenomeni di disuguaglianza e privatizzazione di molti servizi, la biblioteca diviene un indispensabile baluardo del benessere sociale, al pari di scuole e ospedali. Essa va ripensata come parte di quella “infrastruttura di conoscenze” essenziale per uscire dalla profonda crisi dell’economia mondiale e per stimolare il capitale sociale di un territorio: aziende di successo quali Apple, Microsoft, Google, YouTube nascono grazie al terreno fertile costituito dai luoghi della cultura e della formazione, così come dalle librerie e caffetterie che offrono gratuitamente una rete wireless ai clienti.
Productora, A47 Mobile Art Library, Città del Messico
 (fonte: archdaily.com)


Per queste moderne “piazze del sapere” Antonella Agnoli, nel suo omonimo saggio, rivendica il ruolo di sede dell’incontro casuale e della libertà urbana, ruolo non più esercitato né dai tradizionali luoghi della vita collettiva – piazze e chiese sono sempre più vuote – né dai nuovi spazi pseudo-pubblici – centri commerciali, distretti aziendali e parchi ludici sono progettati appositamente per escludere determinate classi sociali ritenute “indesiderabili”. Non soltanto la biblioteca del XXI secolo accoglie persone differenti per età, condizione sociale, comportamenti e tradizioni, ma si diffonde a piccola scala o diviene mobile per approssimarsi ai luoghi dell’abitare quotidiano, «per andare lì dove la gente si incontra: al mercato, in piscina, in spiaggia o nei casermoni […]. Soprattutto, dovrà andare dove vivono le persone con vari impedimenti (ospedali, carceri, caserme, case di riposo, appartamenti di portatori di handicap o anziani immobilizzati)».

Atelier Kastelic Buffey, Story Pod, Newmarket
(fonte: archdaily.com)
Un prototipo ideale per soddisfare tale esigenza è la Biblioteca Mobile A47 a Città del Messico, una sorta di “edificio in viaggio” voluto dalla Fondazione Alumnos47 per ospitare temporaneamente una collezione di libri d’arte contemporanea, in attesa che venga costruito il museo al quale è destinata. Lo studio Productora ha pertanto raccolto la sfida di convertire un camion in centro culturale itinerante di venti metri quadrati, ricorrendo agli scaffali sospesi e alle piattaforme flessibili nel pavimento per organizzare lo spazio interno secondo le diverse attività previste: consultazione del patrimonio bibliografico, presentazioni letterarie, cineforum, laboratori di scrittura e così via. Questo approccio progettuale dimostra come un uso sapiente dell’architettura permetta di elevare un mezzo di trasporto a forum culturale che si relaziona direttamente con il contesto urbano e sociale.

Sebbene una delle obiezioni all’inserimento di nuovi presidi culturali sparsi nel t
Yoav Meiri, Biblioteca-Giardino per rifugiati e lavoratori migranti,
Tel Aviv (fonte: archdaily.com
erritorio risieda nella scarsità economica in cui versano attualmente le amministrazioni pubbliche, alcuni esempi dal Canada a Israele dimostrano quanto sia possibile fare con poco. Lo Story Pod, progettato dall’Atelier Kastelic Buffey e costruito gratuitamente dai dipendenti comunali di Newmarket (sobborgo in espansione a nord di Toronto), è un volume di quasi sei metri quadrati composto da doghe in legno e pannelli di Lexan facilmente smontabili nei mesi invernali. Di giorno esso si apre sulla piazza antistante grazie ai perni su due pareti, attirando i residenti dalle strade circostanti e invogliandoli a curiosare tra le pile di libri; di notte, quando le pareti sono chiuse, un sistema di luci LED alimentato da pannelli solari sul tetto lo tramuta in lanterna urbana che conferisce atmosfera agli eventi serali della comunità.

Libreria (fonte: independent.co.uk)
La biblioteca-giardino realizzata da Yoav Meiri all’interno del Levinski Park di Tel Aviv nasce come progetto socio-artistico basato sulla idea che leggere un libro costituisca un diritto umano fondamentale – oltre che una occasione di evasione e protezione dalle disgrazie quotidiane – per rifugiati e lavoratori migranti. Affinché venga frequentata senza paura da chi mantiene lo status di clandestino, la biblioteca non ha muri o porte né custodi, ma comprende semplicemente due librerie che si fronteggiano in uno spazio aperto di cinquanta metri quadrati: quella più alta è riservata agli adulti e la sua griglia di protezione si apre verso l’alto formando una tettoia che offre riparo dal sole; la struttura più bassa è invece dedicata all’infanzia e le sue ante si ribaltano verso il basso per creare una pedana in cui i bambini possono sedersi e leggere.

E cosa dire, infine, di Hay-on-Wye, piccolo centro medievale del Galles dove i cittadini possono acquistare o prendere in prestito libri nei ristoranti, in farmacia, nelle panetterie e addirittura nelle strade letteralmente invase dagli scaffali?

Siamo entrati nell’epoca della cultura mobile, che nel prossimo futuro riserva agli architetti la stimolante sfida di coinvolgere abitanti, bibliotecari e amministratori nella progettazione delle città – grandi, medie o piccole che siano – come biblioteche diffuse.


Emanuele Forzese

lunedì 13 marzo 2017

Strategie di sviluppo

Nonostante l’ottimismo iniziale, anche il 2016, per il mondo immobiliare, è stato un anno di luci ed ombre.  Per il settore edilizio, in particolare, non si potrà ancora parlare di ripresa: a dirlo è l’Ance che ha presentato il suo ultimo Osservatorio Congiunturale. Le prospettive non migliorano anche per il 2017: l’Ance prevede una ulteriore diminuzione dei livelli  produttivi (-1,2%), una riduzione del 3,6% delle opere pubbliche, un -3% delle nuove costruzioni residenziali  e persino un -0,2% del comparto delle ristrutturazioni (nonostante gli incentivi). Quadro sconfortante, questo, a meno che non ci siano gli interventi politici tanto auspicati negli scorsi giorni. Il XXI secolo si presenta, anche alla luce della crisi che il settore delle costruzioni ha vissuto o sta vivendo in alcune aree geografiche, di fronte ad un più alto salto di scala nella dotazione di capitale fisso edilizio della storia del pianeta. Da un lato, infatti, la dirompente crescita di quei paesi che il Fondo Monetario Internazionale definisce ancora “economie emergenti”, si concretizza in un eccezionale processo di urbanizzazione, industrializzazione e infrastrutturazione. Per questi paesi, si legge sul rapporto CRESME 2017, si tratta della materializzazione della crescita economica, della fase in cui si investe in mezzi di produzione, condizioni generali e mezzi di riproduzione delle forza lavoro (tra cui case). Nel 2000 solo il 36% del mercato delle costruzioni mondiale era realizzato nei paesi sviluppati; nel 2016 si sale al 65,3%, percentuale che dovrebbe crescere, stabilizzandosi, sulla base delle previsioni al 2020. E se è vero che il centro geografico delle costruzioni continuerà la sua corsa verso oriente, va detto che, rispetto ai tassi di crescita, non sarà più la Cina a governare il fenomeno in quell’area, ma l’India; inoltre la nuova fase di accelerazione, seppur più modesta rispetto al passato, sarà ancora guidata dai mercati emergenti ma con l’Africa come capofila, seguita dall’Oceania e solo in terza posizione dall’Asia. Che il mondo stia vivendo una nuova fase di costruzione e che è necessario farci i conti è una dato di fatto. In questo contesto, vale la pena di citare, a titolo esemplificativo, due esempi che ci fanno comprendere l’importanza della fase che il settore delle trasformazioni urbane e territoriali sta vivendo. Nel 2014 il Governo Inglese ha elaborato un documento dal Titolo: Construction 2025. Industrial strategy: government and industry in partnership. Il documento fissa gli elementi base per una nuova politica industriale per le costruzioni, partendo da un considerazione di fondo: Oxford Economics, in uno studio del 2013, stimava che gli investimenti nel settore delle costruzioni nel mondo sarebbero cresciuti tra 2013 e 2025 del 70% (la stima è forse un po’ ottimistica, ma è inserita, come abbiamo visto, comunque in un quadro in cui tutti i principali dati confermano la dinamica positiva); il Governo prende consapevolezza strategica che si entra in una nuova fase di trasformazione fisica del mondo della quale l’industria delle costruzioni è protagonista. Il fatturato delle imprese edilizie in Italia, nel frattempo, è diminuito del 24,3%. Le dinamiche in atto del mercato italiano rendono difficile pensare che ci sia spazio come nel passato. Una delle soluzioni è quindi quella di sviluppare un’azione promozionale forte accompagnata da una nuova politica formativa e nuovi saperi, dato che lo stesso mercato delle costruzioni si è profondamente configurato e vive un profondo processo di cambiamento.
Carlo Gibiino

martedì 7 marzo 2017

(R)ESISTENZA

Appunti dei taccuini di P. G. Zendrini (fonte: pgzendrini.com).
In ambito psicologico “resilienza” indica la capacità per una persona di reagire positivamente agli eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza dinanzi alle difficoltà e restando sensibile alle opportunità che si offrono di volta in volta. Tale concetto viene esteso dal singolo individuo all’intera comunità quando occorre analizzare le conseguenze indotte nei contesti sociali da gravi catastrofi naturali (quali uragani e inondazioni) o da azioni antropiche (tra cui attentati terroristici e guerre). Nel campo urbanistico si discute da tempo su politiche e pratiche delle “città resilienti” che, messe alla prova da circostanze correlate ai cambiamenti climatici e alla sicurezza, stanno sperimentando nuove risposte sociali, economiche e ambientali.
Oggi persino gli architetti si scoprono resilienti, essendo spinti ad acquisire competenze trasversali (rigorosamente certificate ai fini dei Crediti Formativi Professionali), a districarsi tra vincoli burocratici e finanziari, a rincorrere il successo con formalismi spettacolari, a mediare le esigenze di committenti e fruitori con le capacità di costruttori e operai.
Ma l’unica strategia attuabile consiste nell’adattarsi sempre e comunque, nel cercare a ogni costo di trasformare l’incertezza in occasione e il rischio in innovazione?
Leggendo i taccuini di Pietro Giorgio Zendrini emerge piuttosto una idea di “resistenza” quale condizione necessaria per ripensarsi progettisti, un modo di essere nel mondo (professionale) ancorato a due radici disciplinari: il costruire come strumento responsabile per vivere meglio e il progettare come interrogazione continua sulla complessità del quotidiano. L’architetto che desidera esistere e resistere nello svolgimento della professione deve ridare centralità alla cura, deve pensare ogni progetto come messa in opera del “buono”, prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere sulle motivazioni che stanno alla sua base: valutazione dei bisogni, scelta e impiego dei materiali, confronto con il contesto, adozione di appropriati criteri formali, eccetera. 
Per Zendrini la resistenza si concretizza cercando di fare cose “buone”, e lo dimostra egli stesso quando, posto davanti al ricatto di un cliente che pretende di sacrificare l’attenzione al sito per conferire “un po’ di estetica” al progetto di una piccola casa, sceglie di salvaguardare la bontà del proprio lavoro rinunciando all’incarico. 
Alle instabilità di un mestiere che si è fatto “liquido” è necessario dunque opporre resistenza, cercando di comportarsi in ogni circostanza in accordo all’idea che ciascun progettista, pur con minime azioni, può contribuire a cambiare ciò che non va. Cercando di agire al meglio attraverso un progetto etico, prima ancora che urbano o architettonico.
Emanuele Forzese